These Important Years

I miei anni ‘80

Diciassette secondi

Pubblicato da Suedehead su 6 Novembre 2007

Volevo completare la discografia dei Cure - mi mancavano ancora vari album: qualche giorno prima avevo comprato il loro primo LP Three Immaginary Boys (1979) che non mi era piaciuto e tuttora non mi piace molto. Subito dopo c’era Seventeen Secons, ed era quello il mio obiettivo: ero andato quindi a in giro per la città perdendo tutto il pomeriggio (erano giorni felici e la scuola era occupata, quindi non dovevo studiare) finché sullo scaffale di un un noto negozio non avevo scovato una cassetta originale che probabilmente era lì a prendere polvere da vari anni.
L’autobus n° 183 mi riportava a casa, quel tardo e buio pomeriggio di Aprile del 1990. Sarebbe anche potuta scoppiare una bomba su quell’autobus, probabilmente non me ne sarei accorto. Avevo nelle orecchie le cuffie del mio walkman AIWA ed ero in stato di assoluta trance perché quelle canzoni mi lasciarono completamente senza parole. Certamente altri dischi sono stati molto importanti, ma Seventeen Seconds ha cambiato la mia maniera di chiedere stati d’animo alla musica.

E’ incredibile pensare all’evoluzione che i Cure ebbero nel giro di pochi mesi, dal 1979 al 1980. Dal punto di vista “storico”, alcuni eventi giocarono un ruolo fondamentale: Robert Smith ci dice di aver scritto quasi tutto l’album in usa sola notte, dopo essere per poco scampato ad un linciaggio da parte di tre gentlemen in un albergo dove si trovava durante un tour; il primo bassista Michael Dempsey aveva lasciato da poco il gruppo (andò poi a suonare con gli Associates); nell’organico erano entrati due nuovi elementi, Matthieu Hartley (che presto lasciò la band a sua volta) alle tastiere e Simon Gallup al basso.
Sono convinto che anche la lezione di gruppi come i Wire e i Joy Division abbia notevolmente influenzato il songwriting di Robert Smith come di tanti altri artisti. Eppure Seventeen Seconds ancora oggi non somiglia a molti altri album che uscirono quello stesso anno. In Seventeen Seconds scompaiono le canzoncine punk-pop come Grinding halt, Fire in Cairo, So what e It’s not you di cui si componeva il loro primo lavoro. Le atmosfere sono molto “intime” e rassegnate: l’immagine dark dei Cure prende sicuramente piede a partire da questo disco, in cui la batteria metronomica di Lawrence Tolhurst, le tastiere e la voce quasi in sottofondo fanno da contraltare alla bella ritmica serrata della chitarra di Smith e al basso in evidenza - Gallup portò in dote al gruppo uno stile che diverrà presto un vero e proprio marchio di fabbrica e fonte di ispirazione per innumerevoli musicisti (compreso chi scrive, per quanto da tempo abbia smesso di considerarsi in questo novero).

Potrei scrivere probabilmente pagine e pagine su ogni canzone dell’album, e su tutti i ricordi che mi legano a ciascuna di esse: A reflection, Play for today, M, In your house, molte delle quali ho anche suonato dal vivo. Quella che preferisco in questa fase della mia vita è sicuramente At night i cui versi

Sunk deep in the night
I sink in the night
Standing alone
Underneath the sky
I feel the chill of ice
On my face
And I watch
The hours go by

You sleep
Sleep in a safe bed
Curled and protected
Protected from sight
Under a safe roof
Deep in your house
Unaware of the changes at night

Immerso nella notte
Sprofondo nella notte
In piedi da solo
Sotto il cielo
Sento il freddo del ghiaccio
Sul mio viso
E osservo
Le ore passare

Tu dormi
Dormi in un letto sicuro
Raggomitolata e protetta
Protetta dagli sguardi
Sotto un tetto sicuro
Nella profondità della tua casa
Ignara dei cambiamenti della notte

mi ricordano di tante notti passate a pensare a varie you che via via si sono succedute a partire dalla mia adolescenza (tra l’altro, l’ultima ragazza a cui qualche anno fa li ho dedicati e spediti via email conosceva la canzone e si intenerì moltissimo).

Non posso inoltre di questo disco evitare di menzionare A forest, probabilmente una delle canzoni più famose dei Cure e tra le più rappresentative di un genere e di un intero periodo. Il testo è la descrizione di un sogno (quasi un incubo), in cui l’io narrante corre tra gli alberi attirato dalla voce di una ragazza.

Suddenly I stop
For I know it’s too late
I’m lost in a forest
All alone
The girl was never there
It’s always the same
I’m running towards nothing
Again and again and again…

All’improvviso mi fermo
Perché so che è troppo tardi
Sono smarrito in una foresta
Tutto solo
La ragazza non c’era mai stata
E’ sempre lo stesso
Corro verso il nulla
Ancora e ancora e ancora…

Quello che colpisce da subito è l’attacco di chitarra, gli accordi di tastiera molto “azzeccati” e coinvolgenti, l’”again and again and again!” a cui Smith arriva senza più fiato in gola ma soprattutto - ancora una volta - il giro di basso (la leggenda metropolitana racconta che Gallup, durante uno dei primi concerti in cui suonavano questa canzone, si fosse dimenticato come chiuderla e, incerto sul da farsi, avesse ripiegato su quel LA-LA DO-DO FA-FA RE-RE che da quel momento fu adottato come finale definitivo e per il quale essa viene ricordata da TUTTI quelli che l’ascoltano).

Ho amato indicibilmente A forest, dal testo alla musica, e l’ho suonata innumerevoli volte con tanti gruppi diversi. Perché esattamente come esistono gli standard jazz, ben presto ho scoperto che esistono anche gli standard dark e A forest è uno di questi. Il mio consiglio a tutti i bassisti che vogliano cimentarsi nel genere è di riuscire quindi a suonare A forest ad occhi chiusi: ad ogni audizione a cui vi presenterete ve la chiederanno sicuramente e - credetemi - vale la pena impararla perché rimanere da soli sul palco sotto i riflettori a guardare la platea suonando ad infinitum LA-LA DO-DO FA-FA RE-RE sull’ultima corda (mentre i tuoi compagni ti invitano a concludere tirandoti svariati oggetti addosso) è una soddisfazione non da poco - una di quelle esperienze che fanno proprio amare le quattro corde e possono far capire anche ai più scettici che il basso C’È.

I Cure continuano a suonarla nei loro concerti da 27 anni. Mi sa che è Simon Gallup ad insistere per mantenerla in scaletta.

Seventeen Seconds 

The Cure - Seventeen Seconds (1980)

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