Cuore e anima. Uno brucerà.
Pubblicato da Suedehead su 2 Ottobre 2007
Di molti artisti apprezziamo l’opera senza assolutamente tenere conto della loro vita privata. Possono essere stati tossicomani, alcolizzati, pervertiti, depressi (o tutte queste cose insieme); possono essersi redenti nel corso della loro carriera o, vittime dei loro demoni, possono essere invece scomparsi prematuramente: verranno sempre ricordati per la loro opera.
I Joy Division non appartengono a questa categoria di privilegiati. Il suicidio del loro cantante Ian Curtis, impiccatosi il 17 maggio del 1980, ha fatto in modo che nell’immaginario musicale essi rimanessero - purtroppo - cristallizzati in una sorta di aura di disperazione. Se ci si addentra nelle loro canzoni, o si resta anche solo ad un livello superficiale (il puro e semplice testo) è facile trovare dolore e straniamento. Diventa così ancora più difficile valutare i Joy Division in maniera obiettiva, perché per molti il loro stesso nome evoca sensazioni negative.
Eppure i Joy Division sono stati i primi di tutti - e per certi versi gli unici.
In un momento in cui il punk si limitava a vomitare il suo grido di rabbia, i Joy Division trascesero l’essenza di questa distruttività e in Unknown pleasures la trasformarono in introspezione (Candidate, New dawn fades, Shodowplay, I remember nothing), tracciando la strada per tutti i gruppi che vennero dopo - e che alcune volte ne seguirono l’esempio in maniera semplicemente opportunistica - e inventando temi e modi per quel filone della new-wave che comunemente (e in maniera quasi dispregiativa, oramai) viene indicato come dark. In Closer le loro canzoni divengono sempre più minimali (Passover, The atrocity exhibition) e l’introduzione dei sintetizzatori accentua i chiaroscuri in pezzi come The eternal, Decades e la mia preferita, Heart and soul.
Pochi gruppi mi hanno influenzato musicalmente come i Joy Division: posso dire con orgoglio di aver imparato a tenere il tempo suonando i giri di basso di Peter Hook.
A parte questo, credo che almeno i due dischi “ufficiali” del gruppo siano obbligatori. Oltre a questi due capolavori la discografia ufficiale comprende un’antologia di outtakes e brani live chiamata Still e la raccolta di singoli Substance (in cui vi sono canzoni di rara bellezza come Atmosphere e Transmission). A trent’anni di distanza la loro musica, e il suo continuo alternarsi di luci e di ombre, non ha minimamente perso la sua intensità.


Unknown pleasures (1979)
Closer (1980)
Existence, well what does it matter?
I exist on the best terms I can
The past is now part of my future
The present’s as well out of hand
Heart and soul
One will burn.
L’esistenza, non è poi così importante
Esisto nel migliore dei modi possibili
Il passato è ora parte del mio futuro
Anche il presente è irraggiungibile
Cuore e anima
Uno brucerà.
Heart and soul (la trovate su Closer, 1980)
Closer uscì postumo: i quattro amici erano da tempo d’accordo sull’impossibilità di continuare in caso di abbandono da parte di uno di loro, e dopo il gesto estremo di Curtis tennero fede all’impegno preso. Il gruppo quindi si sciolse, o, per meglio dire, si reincarnò.
Ma questa, come direbbe qualcuno, è un’altra storia.


2 Ottobre 2007 a 16:41
Se penso alle serate ballate su Love will tear us apart again e della praticamente totale assenza di un certo tipo di musica nei dancefloor nostrani attualmente, mi vien un po’ di nostalgia. Sull’interessante incipit riguardante la separazione o meno della vita privata con quella artistica, beh io credo che comunque debba essere SEMPRE divisa e mai mescolata.
2 Ottobre 2007 a 16:53
Ciao Raymonde,
Non sono mai stato un agiografo di Ian Curtis, e non mi è mai stato molto simpatico come personaggio.
Anche io sono dell’avviso che le due cose debbano essere tenute separate. Ma dei Joy Division si ricorda praticamente solo il suicidio di Curtis, e questa cosa non l’ho mai sopportata - nemmeno da chi conoscevo e diceva di apprezzarli.
Insomma: chi mi dice di amare i Joy Division e subito dopo cita il suicidio di Curtis con me casca malissimo…
4 Ottobre 2007 a 21:14
Con maturità diversa, ho sempre cercato di valutare la musica essenzialmente sulla base di quello che ascoltavo. Non sono, per esempio, mai stato particolarmente interessato al significato e al messaggio dei testi. Ho sempre concepito la voce al pari degli altri strumenti, valutandone soprattutto il contributo alla formazione dell’armonia complessiva. E’ però abbastanza comprensibile, particolarmente in certe età, cedere alla tentazione dei miti e al desiderio di “curiosare” nelle vite di chi in qualche modo ci ha emozionato. Ciascuno di noi lo fa a modo suo e con le proprie idiosincrasie. Ma è sempre la musica a parlare…
saluti
6 Ottobre 2007 a 08:06
Me l’aspettavo una visita per i Joy Division
Ciao
P.S. Ti ricordi?