These Important Years

I miei anni ‘80

Seconda pelle

Pubblicato da Suedehead su 8 Maggio 2008

Conobbi Charlotte parecchi anni fa.
Ci conoscemmo in circostanze assolutamente fortuite e abitavamo in due città diverse. Entrambi eravamo reduci da una relazione finita molto male, e così, in un mondo all’epoca non ancora interconnesso, diventammo amici nella maniera più romantica che potessimo concepire: cominciammo a scriverci.
Una lettera ti obbliga ad essere sintetico e profondo, ti obbliga a concludere i discorsi che apri, a sviscerare i concetti. E una lettera non si scrive a chiunque. O almeno, io ho scritto lettere solamente a persone che consideravo speciali.
Ci scrivevamo anche tre lettere alla settimana, e parlavamo di tutto quello che ci capitava: di musica (anche lei era una fan accanita dei Cure e dei Joy Division), di cinema, dell’università, dei problemi che tutti e due stavamo attraversando, delle cose belle che ci succedevano, di noi. Capitava che ci telefonassimo, ma era senz’altro più bello scriverci. Dopo qualche tempo cominciammo a vederci. E ci innamorammo.
A lei sono legati alcuni dei miei ricordi più belli, per lei cominciai a suonare il basso con più dedizione e a scrivere musica. E a lei dedicavo le canzoni che scrivevo.

Non ho intenzione di riportare alla luce i motivi per cui ci lasciammo, la ragione principale probabilmente è che eravamo tutti e due troppo giovani e immaturi, e alle prese con problemi più grandi di noi.
Ma ancora pochi anni dopo, a lei pensavo quando ascoltavo Second Skin dei Chameleons, un gruppo che ho conosciuto - e di cui sono diventato fan - solamente grazie a lei.

Ecco, se la rincontrassi mi piacerebbe proprio raccontarle degli anni trascorsi, in cui niente abbiamo saputo l’uno dell’altra, ma mi piacerebbe anche ringraziarla di avermi fatto conoscere questo gruppo.

And when you fail to make the connection
You know how vital it is
Or when something slips through your fingers
You know how precious it is
Well you reach the point where you know
It’s only your second skin

E quando non riesci a mantenere un contatto
Ti accorgi di quanto sia vitale
O quando qualcosa ti scivola via tra le dita
e ti accorgi di quanto è preziosa
E arrivi al punto in cui tu sai
Che è solo la tua seconda pelle

I Chameleons sono una band splendida, ancora più splendida perché li considero una mia faccenda privata. Suonavano una new wave molto “classica”, non dissimile da altri gruppi come gli U2, ma a differenza di questi ultimi che già nei primi dischi concepivano il loro sound come un inno da stadio, i Chameleons hanno una dimensione molto più intima e personale. I testi di Mark “Birdy” Burgess (cantante e bassista) sono spesso criptici e anche se la sua voce non è sempre all’altezza, l’incastro delle chitarre di Reg Smithies e Dave Fielding è come acqua sul ghiaccio.

A detta di molti il loro disco migliore è il primo, dal titolo Script of the Bridge. Secondo me invece questo LP (come del resto il secondo, dal titolo What Does Anything Mean? Basically) manca di spessore - sono convinto che si siano affidati ad un produttore che non li ha compresi fino in fondo.
I dischi che assolutamente preferisco sono Strange Times (i cui brani migliori sono Caution, Swamp thing e Time) e soprattutto l’album - quello datomi da Charlotte - con le registrazioni per lo show di John Peel che contiene tutti i loro brani migliori suonati in maniera sincera e diretta: come la già citata Second skin, The fan and the bellows, Perfumed garden e P.S. Goodbye (che è una delle mie canzoni preferite in generale e con un titolo decisamente appropriato a questo post).

Strange Times John Peel Sessions

The Chameleons - Strange Times (1986) e John Peel Sessions (1990)

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Old Wave

Pubblicato da Suedehead su 20 Aprile 2008

Dovrei cominciare questo post con il chiedere scusa a quella manciata di lettori che ogni tanto dà una sbircitatina a questo spazio dedicato alla musica che amo: in effetti sono diversi mesi che non ho scritto più niente, e a mia parziale giustificazione adduco i seguenti motivi:

- sono stato molto impegnato sul versante lavorativo
- sono stato veramente molto impegnato sul versante lavorativo
- nei miei momenti liberi ho seguito un altro progetto a cui mi dedico da diverso tempo
- il che mi portava a non avere tanta voglia di scrivere

Ho deciso di forzare questo mio blocco dello scrittore allorché qualche giorno fa ho letto un articolo sul sito de “La Repubblica”:

Dai Duran Duran ai B 52′ in Usa risorge la new wave

Sinceramente ho sentimenti ambivalenti di fronte a questa manifestazione: che cosa pensereste se vi capitasse di vedere nuovamente dopo 30 anni Renato Zero in uno dei suoi assurdi e bellissimi travestimenti cantare Mi vendo, o Alberto Camerini mimare goffamente Rock and roll robots o Enrico Ruggeri intonare Contessa sfoggiando quei tremendi occhiali dalla montatura bianca?
Da un lato mi fa piacere che gli anni ‘80 non siano mai morti veramente. Queste reunion avvengono anche e soprattutto perché si presume che ci sia un mercato ancora affamato (o comunque non saturo) di certe atmosfere e certi suoni. Inoltre posso anche immaginare che per un gruppo tornare a suonare insieme dopo tanto tempo, misurarsi con il palco e con il proprio io invecchiato di vent’anni sia anche una bella sfida, e al contempo rivedere gli amici possa essere una bella esperienza cameratesca e goliardica.

Da un altro sono sicuro che questa sarà l’ennesima facile occasione offerta a tutti i detrattori di quel decennio, coloro che di quegli anni vedono solamente la vacuità, la scarsa voglia di sperimentare, l’attenzione spasmodica al look più che all’arte, ecc. ecc.
Non mi stancherò mai di ripetere che gli anni ‘80 non sono solo questo, e fortunatamente da un po’ di tempo non sento di essere il solo a pensarlo.

Walked out this morning, dont believe what I saw
Hundred billion bottles washed up on the shore
Seems Im not alone at being alone
Hundred billion castaways, looking for a home

Uscendo di casa stamani, non potevo credere ai miei occhi
Cento miliardi di bottiglie erano arenate sul bagnasciuga
Sembra che io non sia il solo ad essere solo
Cento miliardi di naufraghi in cerca di una casa.

The Police - Message in a bottle (la trovate in Reggatta de Blank, 1979)

Reggatta de Blank

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Perla lurida

Pubblicato da Suedehead su 23 Gennaio 2008

Anita Lane si trasferì dall’Australia in Inghilterra insieme a quel gruppo di masnadieri conosciuti in seguito come Birthday Party.
Sentimentalmente legata per molti anni a Nick Cave, ha collaborato con lui dapprima come autrice di testi. Dotata di una voce molto sexy e a tratti infantile, si è poi cimentata in maniera irregolare come solista avvalendosi dell’aiuto di molti personaggi legati all’entourage del suo ex: il produttore e polistrumentista Mick Harvey (Birthday Party, Bad Seeds), il bassista Barry Adamson (Magazine, Visage, Bad Seeds) e il chitarrista Blixa Bargeld (Eintsurzende Neubauten, Bad Seeds). Il disco Dirty Pearl, che raccoglie queste collaborazioni, all’epoca fu recensito su RockStar con voto 10/10: mi chiedo sinceramente se oggi una cosa del genere potrebbe ancora succedere.

Il brano che amo di più di questo LP è senz’altro la sognante e sensuale Blume.

Chrysantemum
For you I am a chrysantemum
Supernova, urgent star

Astera Compositae
For you I’ll be a dandelion
a thousand flowerettes in the sky
Or just a drop in the ocean

If you know my name
don’t speak it out
it holds a power - as before

Lilacea
A lily of the valley
a flower of saron

Helianthus annus
For you I even be a sunflower
Do you hear my enlightening laughter?
another reason to cut off an ear

You know my name, do you not?
don’t say it
For it is sacred, immovable - frozen

Rosa, Anemone et Nymphea alba
I’ll even be a waterlily
a marygold, a rose
or a little thistle

Euphorbia

a blue dahlia, a black tulip
that’s where opinions differ
the scholars disagree

My name, should you know it
remains unspeakable
and is spoken - malediction

Anita Lane - Blume (la trovate in Dirty Pearl, del 1995).

Dirty Pearl

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Post-punk 1978-1984

Pubblicato da Suedehead su 4 Gennaio 2008

Il più bel regalo di Natale l’ho ricevuto dal mio amico Mtrev che conosce perfettamente i miei gusti musicali.
Si tratta di un libro di circa 700 pagine, dalla grafica asciutta e sobria, intitolato semplicemente Post-punk 1978-1984.

In anni di Grandi False Certezze (thatcherismo, reaganismo: l’alba degli ‘80…), il post-punk riesce a raccogliere e portare avanti la rivoluzione mancata della breve e infuocata stagione del punk. Mischiando il rock con l’elettronica, il pop con i ritmi reggae e la dance, queste band sono perfettamente convinte di poter inventare un nuovo futuro per la musica.
“Cambiamento costante” è la parola d’ordine di questi anni. Il rock cambia pelle e prende mille strade diverse. Tutte inedite.

Più un romanzo d’avventure che un saggio di critica musicale, è un viaggio alla riscoperta di tutta l’anfetaminica esuberanza e creatività di quel periodo della storia del rock insieme a coloro che l’hanno vissuto da protagonisti: storie di musica in capitali come New York e Londra o in anonime cittadine di provincia come Sheffield e Akron, di musicisti innovativi e sagaci opportunisti, di capolavori assoluti e occasioni mancate, di avanguardie e postmodernismi, di produttori geniali e manager senza scrupoli, di sottoculture e controculture, di etichette indipendenti e major discografiche.

Un libro divertente e insieme un accorato atto d’amore, assolutamente imperdibile per tutti i romantici come me appassionati a quei sette anni a cui, per usare le parole dell’autore “sarò eternamente grato per avermi consentito di pretendere tanto dalla musica”.

Post-punk

Simon Reynolds - Post-punk 1978-1984 (Ed. Isbn, 2006).

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Natale 2007

Pubblicato da Suedehead su 19 Dicembre 2007

Siete tutti invitati a collegarvi a Radio Nigel la sera del 24 Dicembre: se decidono di ripetere la genialata dello scorso anno potrete godere del privilegio di ascoltare anche le canzoni pop anni ‘80 dedicate al Natale, tra cui ad esempio Last Christmas degli Wham! e One Christmas Catalogue di Captain Sensible.
Perché negli anni ‘80 tutte le popstar erano più buone, e quando le vedemmo tutte insieme cantare Do they know it’s Christmas? tutti i nostri cuoricini si riempirono di gioia e ci recammo immediatamente a comprare il 45 giri per aiutare i bambini dell’Africa.

Band Aid - Do they know it’s Christmas? (1984)

Sul lato B c’era una versione strumentale del brano e gli auguri di tutti i cantanti e i musicisti (tra cui Simon Le Bon, Holly Johnson, Martin Kemp, ecc. ecc.)

Band Aid

Elenco dei partecipanti al progetto (spero di non aver dimenticato nessuno, segnalatemi eventuali errori):

  • Bananarama: tre graziose ragazze che azzeccarono anche qualche hit - ricordiamo in particolare Venus
  • Big Country: un gruppo scozzese con un chitarrista molto bravo
  • Bob Geldof: ex cantante dei Boomtown Rats. Per l’idea di questa iniziativa si meritò un Nobel per la pace. Senza questa idea, lo avremmo ricordato forse per I don’t like mondays e per essere stato il protagonista del film Pink Floyd - The Wall di Alan Parker.
  • Culture Club: al culmine della loro popolarità dopo aver pubblicato un grandissimo LP (Colour by numbers)
  • David Bowie: c’è bisogno di dire chi sia?
  • Duran Duran: Wild Boys! Wild Boys! Wild Boys!
  • Eurythmics: sigh….! sniff! :cry:
  • Frankie Goes to Hollywood: di loro ci rimarrà sempre la mitica Relax! (e poco altro)
  • Heaven 17: un gruppo eccezionale, ancora oggi troppo sottovalutato (ascoltate Let me go e ne riparliamo)
  • Human League: Don’t you want me baby? Don’t you want me oooohhh!
  • Midge Urge: cantante degli Ultravox
  • Paul McCartney: probabilmente ne avrete sentito parlare, è l’inventore della canzone pop
  • Paul Young: eh, già, Paul Young: che fine ha fatto dopo aver duettato con Zucchero?
  • Phil Collins: all’epoca un Signor Batterista
  • Spandau Ballet: in occasione dell’evento stipularono una breve tregua con i Duran Duran, salvo riprendere le ostilità pochi giorni dopo (io tenevo per i Duran, ovviamente e la Storia mi ha dato ragione)
  • Status Quo: di loro mi ricordo solo You’re in the army now
  • Sting: da poco i Police si erano sciolti e non aveva ancora cominciato la sua carriera da solista
  • The Style Council: allora molto quotati da critica e pubblico
  • U2: si avviavano a diventare il più grande gruppo rock, ma all’epoca di The unforgettable fire avevano ancora i piedi per terra
  • Wham!: un gruppo di dubbio valore formato da George Michael e da un altro tizio di cui nessuno ricordava mai il nome

A tutti i miei lettori lascio i miei Auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo. ;)

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A gentile richiesta…

Pubblicato da Suedehead su 29 Novembre 2007

Una delle cose più interessanti che ho notato praticamente da sempre è che moltissime persone arrivano a questo blog cercando la traduzione di Every little thing she does is magic dei Police. Mi dispiace frustrare le aspettative di tutti questi fan e perciò ne ho abbozzata una:

Though I’ve tried before to tell her
Of the feelings I have for her in my heart
Every time that I come near her
I just lose my nerve
As I’ve done from the start

Every little thing she does is magic
Everything she do just turns me on
Even though my life before was tragic
Now I know my love for her goes on

Do I have to tell the story
Of a thousand rainy days since we first met
Its a big enough umbrella
But its always me that ends up getting wet

I resolve to call her up a thousand times a day
And ask her if shell marry me in some old fashioned way
But my silent fears have gripped me
Long before I reach the phone
Long before my tongue has tripped me
Must I always be alone?

Ho cercato in passato di rivelarle
I sentimenti che ho per lei nel mio cuore
Ma ogni volta che le sono vicino
Divento nervoso
Ed è successo sempre

Tutto ciò che lei fa è magico
Tutto ciò che lei fa semplicemente mi accende
Anche se la mia vita prima era una tragedia
Ora so che il mio amore per lei continua

Devo raccontare la storia
Di un migliaio di giorni di pioggia dal nostro primo incontro?
L’ombrello è abbastanza grande
Ma sono sempre io che finisco per bagnarmi

Ho deciso di telefonarle mille volte al giorno
E chiederle di sposarmi usando formule ormai sorpassate
Ma le mie paure mi hanno bloccato
Molto prima di raggiungere il telefono
Molto prima la mia lingua mi ha tradito
Sono destinato a rimanere solo?

The Police - Every little thing she does is magic (la trovate su Ghost in the Machine, del 1982 ed è una di quelle canzoni che secondo me ti mettono in pace col mondo).

Ghost in the machine

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Diciassette secondi

Pubblicato da Suedehead su 6 Novembre 2007

Volevo completare la discografia dei Cure - mi mancavano ancora vari album: qualche giorno prima avevo comprato il loro primo LP Three Immaginary Boys (1979) che non mi era piaciuto e tuttora non mi piace molto. Subito dopo c’era Seventeen Secons, ed era quello il mio obiettivo: ero andato quindi a in giro per la città perdendo tutto il pomeriggio (erano giorni felici e la scuola era occupata, quindi non dovevo studiare) finché sullo scaffale di un un noto negozio non avevo scovato una cassetta originale che probabilmente era lì a prendere polvere da vari anni.
L’autobus n° 183 mi riportava a casa, quel tardo e buio pomeriggio di Aprile del 1990. Sarebbe anche potuta scoppiare una bomba su quell’autobus, probabilmente non me ne sarei accorto. Avevo nelle orecchie le cuffie del mio walkman AIWA ed ero in stato di assoluta trance perché quelle canzoni mi lasciarono completamente senza parole. Certamente altri dischi sono stati molto importanti, ma Seventeen Seconds ha cambiato la mia maniera di chiedere stati d’animo alla musica.

E’ incredibile pensare all’evoluzione che i Cure ebbero nel giro di pochi mesi, dal 1979 al 1980. Dal punto di vista “storico”, alcuni eventi giocarono un ruolo fondamentale: Robert Smith ci dice di aver scritto quasi tutto l’album in usa sola notte, dopo essere per poco scampato ad un linciaggio da parte di tre gentlemen in un albergo dove si trovava durante un tour; il primo bassista Michael Dempsey aveva lasciato da poco il gruppo (andò poi a suonare con gli Associates); nell’organico erano entrati due nuovi elementi, Matthieu Hartley (che presto lasciò la band a sua volta) alle tastiere e Simon Gallup al basso.
Sono convinto che anche la lezione di gruppi come i Wire e i Joy Division abbia notevolmente influenzato il songwriting di Robert Smith come di tanti altri artisti. Eppure Seventeen Seconds ancora oggi non somiglia a molti altri album che uscirono quello stesso anno. In Seventeen Seconds scompaiono le canzoncine punk-pop come Grinding halt, Fire in Cairo, So what e It’s not you di cui si componeva il loro primo lavoro. Le atmosfere sono molto “intime” e rassegnate: l’immagine dark dei Cure prende sicuramente piede a partire da questo disco, in cui la batteria metronomica di Lawrence Tolhurst, le tastiere e la voce quasi in sottofondo fanno da contraltare alla bella ritmica serrata della chitarra di Smith e al basso in evidenza - Gallup portò in dote al gruppo uno stile che diverrà presto un vero e proprio marchio di fabbrica e fonte di ispirazione per innumerevoli musicisti (compreso chi scrive, per quanto da tempo abbia smesso di considerarsi in questo novero).

Potrei scrivere probabilmente pagine e pagine su ogni canzone dell’album, e su tutti i ricordi che mi legano a ciascuna di esse: A reflection, Play for today, M, In your house, molte delle quali ho anche suonato dal vivo. Quella che preferisco in questa fase della mia vita è sicuramente At night i cui versi

Sunk deep in the night
I sink in the night
Standing alone
Underneath the sky
I feel the chill of ice
On my face
And I watch
The hours go by

You sleep
Sleep in a safe bed
Curled and protected
Protected from sight
Under a safe roof
Deep in your house
Unaware of the changes at night

Immerso nella notte
Sprofondo nella notte
In piedi da solo
Sotto il cielo
Sento il freddo del ghiaccio
Sul mio viso
E osservo
Le ore passare

Tu dormi
Dormi in un letto sicuro
Raggomitolata e protetta
Protetta dagli sguardi
Sotto un tetto sicuro
Nella profondità della tua casa
Ignara dei cambiamenti della notte

mi ricordano di tante notti passate a pensare a varie you che via via si sono succedute a partire dalla mia adolescenza (tra l’altro, l’ultima ragazza a cui qualche anno fa li ho dedicati e spediti via email conosceva la canzone e si intenerì moltissimo).

Non posso inoltre di questo disco evitare di menzionare A forest, probabilmente una delle canzoni più famose dei Cure e tra le più rappresentative di un genere e di un intero periodo. Il testo è la descrizione di un sogno (quasi un incubo), in cui l’io narrante corre tra gli alberi attirato dalla voce di una ragazza.

Suddenly I stop
For I know it’s too late
I’m lost in a forest
All alone
The girl was never there
It’s always the same
I’m running towards nothing
Again and again and again…

All’improvviso mi fermo
Perché so che è troppo tardi
Sono smarrito in una foresta
Tutto solo
La ragazza non c’era mai stata
E’ sempre lo stesso
Corro verso il nulla
Ancora e ancora e ancora…

Quello che colpisce da subito è l’attacco di chitarra, gli accordi di tastiera molto “azzeccati” e coinvolgenti, l’”again and again and again!” a cui Smith arriva senza più fiato in gola ma soprattutto - ancora una volta - il giro di basso (la leggenda metropolitana racconta che Gallup, durante uno dei primi concerti in cui suonavano questa canzone, si fosse dimenticato come chiuderla e, incerto sul da farsi, avesse ripiegato su quel LA-LA DO-DO FA-FA RE-RE che da quel momento fu adottato come finale definitivo e per il quale essa viene ricordata da TUTTI quelli che l’ascoltano).

Ho amato indicibilmente A forest, dal testo alla musica, e l’ho suonata innumerevoli volte con tanti gruppi diversi. Perché esattamente come esistono gli standard jazz, ben presto ho scoperto che esistono anche gli standard dark e A forest è uno di questi. Il mio consiglio a tutti i bassisti che vogliano cimentarsi nel genere è di riuscire quindi a suonare A forest ad occhi chiusi: ad ogni audizione a cui vi presenterete ve la chiederanno sicuramente e - credetemi - vale la pena impararla perché rimanere da soli sul palco sotto i riflettori a guardare la platea suonando ad infinitum LA-LA DO-DO FA-FA RE-RE sull’ultima corda (mentre i tuoi compagni ti invitano a concludere tirandoti svariati oggetti addosso) è una soddisfazione non da poco - una di quelle esperienze che fanno proprio amare le quattro corde e possono far capire anche ai più scettici che il basso C’È.

I Cure continuano a suonarla nei loro concerti da 27 anni. Mi sa che è Simon Gallup ad insistere per mantenerla in scaletta.

Seventeen Seconds 

The Cure - Seventeen Seconds (1980)

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Siamo uomini o Devo?

Pubblicato da Suedehead su 30 Ottobre 2007

Il punk e la new-wave furono movimenti strabilianti per creatività e intelligenza, e diedero sicuramente modo di esprimersi a gruppi diversissimi che altrimenti sarebbero rimasti nell’ombra. Anche se ho sempre preferito la scena inglese, credo che sia giusto menzionare gli americani Devo.

Devo

Il nome del gruppo, così come la loro poetica, si basava sull’idea di de-evoluzione: che cioè la civiltà (e in particolare quella americana) non fosse in evoluzione ma stesse invece regredendo, riducendo gli uomini a cloni robotici e repressi. Tutto ciò era rappresentato nei loro lavori dall’uso spinto di ritmiche meccaniche, di strumenti elettronici - di cui alcuni realizzati in casa (furono anche tra i primi gruppi dell’epoca a dotarsi ben presto di sintetizzatori), look futuristic-nerd ed un modo di fare autoironico e goliardico.

Seguendo le recensioni di vari critici ho comprato il loro primo album Q: Are we not men? A: We are Devo! (prodotto da Brian Eno), un disco decisamente sghembo e non convenzionale per l’epoca e con canzoni magnifiche come Incontrollable urge, Mongoloid, Jocko Homo e una cover assurda di Satisfaction dei Rolling Stones.

Are we not men? A: We are Devo!

Devo - Q: Are we not men? A: We are Devo! (197 8)

Non ho ascoltato tutti i loro hit ma su Radio Nigel li passano spesso. Mi piacciono moltissimo Big mess e Girl U want (che poi è una specie di reinterpretazione di My Sharona). Mi ripropongo sempre di comprare una loro antologia, ma c’è così tanta musica da ascoltare…

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Cuore e anima. Uno brucerà.

Pubblicato da Suedehead su 2 Ottobre 2007

Di molti artisti apprezziamo l’opera senza assolutamente tenere conto della loro vita privata. Possono essere stati tossicomani, alcolizzati, pervertiti, depressi (o tutte queste cose insieme); possono essersi redenti nel corso della loro carriera o, vittime dei loro demoni, possono essere invece scomparsi prematuramente: verranno sempre ricordati per la loro opera.

I Joy Division non appartengono a questa categoria di privilegiati. Il suicidio del loro cantante Ian Curtis, impiccatosi il 17 maggio del 1980, ha fatto in modo che nell’immaginario musicale essi rimanessero - purtroppo - cristallizzati in una sorta di aura di disperazione. Se ci si addentra nelle loro canzoni, o si resta anche solo ad un livello superficiale (il puro e semplice testo) è facile trovare dolore e straniamento. Diventa così ancora più difficile valutare i Joy Division in maniera obiettiva, perché per molti il loro stesso nome evoca sensazioni negative.

Eppure i Joy Division sono stati i primi di tutti - e per certi versi gli unici.
In un momento in cui il punk si limitava a vomitare il suo grido di rabbia, i Joy Division trascesero l’essenza di questa distruttività e in Unknown pleasures la trasformarono in introspezione (Candidate, New dawn fades, Shodowplay, I remember nothing), tracciando la strada per tutti i gruppi che vennero dopo - e che alcune volte ne seguirono l’esempio in maniera semplicemente opportunistica - e inventando temi e modi per quel filone della new-wave che comunemente (e in maniera quasi dispregiativa, oramai) viene indicato come dark. In Closer le loro canzoni divengono sempre più minimali (Passover, The atrocity exhibition) e l’introduzione dei sintetizzatori accentua i chiaroscuri in pezzi come The eternal, Decades e la mia preferita, Heart and soul.

Pochi gruppi mi hanno influenzato musicalmente come i Joy Division: posso dire con orgoglio di aver imparato a tenere il tempo suonando i giri di basso di Peter Hook.
A parte questo, credo che almeno i due dischi “ufficiali” del gruppo siano obbligatori. Oltre a questi due capolavori la discografia ufficiale comprende un’antologia di outtakes e brani live chiamata Still e la raccolta di singoli Substance (in cui vi sono canzoni di rara bellezza come Atmosphere e Transmission). A trent’anni di distanza la loro musica, e il suo continuo alternarsi di luci e di ombre, non ha minimamente perso la sua intensità.

Unknown PleasuresCloser

Unknown pleasures (1979)
Closer (1980)

Existence, well what does it matter?
I exist on the best terms I can
The past is now part of my future
The present’s as well out of hand

Heart and soul
One will burn.

L’esistenza, non è poi così importante
Esisto nel migliore dei modi possibili
Il passato è ora parte del mio futuro
Anche il presente è irraggiungibile

Cuore e anima
Uno brucerà.

Heart and soul (la trovate su Closer, 1980)

Closer uscì postumo: i quattro amici erano da tempo d’accordo sull’impossibilità di continuare in caso di abbandono da parte di uno di loro, e dopo il gesto estremo di Curtis tennero fede all’impegno preso. Il gruppo quindi si sciolse, o, per meglio dire, si reincarnò.
Ma questa, come direbbe qualcuno, è un’altra storia.

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Ballando con le lacrime agli occhi

Pubblicato da Suedehead su 24 Settembre 2007

Non tutti i miei ricordi degli anni ‘80 sono sempre sereni e spensierati. Sebbene non possa dire che la paura della guerra atomica governasse le nostre vite in quel periodo, confesso di aver provato per molto tempo un profondo sentimento di inquietudine da quando i miei mi spiegarono sommariamente che cosa sarebbe successo in caso di conflitto nucleare - come lo si poteva spiegare ad un bambino di pochi anni.
Cercavo semplicemente di non pensarci, perché quando mi capitava di farlo avevo davvero paura. Non leggevo i giornali né guardavo i TG e probabilmente avrei capito poco della politica di Reagan, dei blocchi contrapposti e della cortina di ferro, ma spesso la mia immaginazione era colpita da film ambientati in scenari post-atomici (come quelli con Charlton Eston tipo Il pianeta delle scimmie, che ogni tanto davano in TV). Qualcuno probabilmente ricorderà anche il film The day after, che non vidi in quanto protetto dalla minore età, e di come dalla proiezione di questa pellicola molta gente uscì abbastanza sconvolta.

In questo stesso filone dei miei ricordi inserisco una bellissima canzone degli Ultravox del 1984, nel cui video il protagonista, mentre i media diffondono la notizia dell’imminente catastrofe nucleare e la gente intorno a lui fugge, torna a casa da sua moglie per poterla abbracciare e passare un’ultima notte con lei.
Ho rivisto oggi questo video (da YouTube) per la prima volta dopo 23 anni e l’ho trovato ancora bello, sebbene il tempo e gli eventi ne abbiano sicuramente mitigato la drammaticità e la tecnica con cui è realizzato sia ampiamente sorpassata.

Gli Ultravox! realizzarono tre album sperimentali alla fine degli anni ‘70 sotto la guida del cantante-tastierista John Foxx. All’inizio del decennio successivo, allorché alla voce subentrò Midge Ure, rinunciarono al punto esclamativo e diventarono un buon gruppo da classifica infilando una serie di accattivanti singoli technopop.

Ultravox - Dancing with tears in my eyes (1984). La trovate, tra l’altro, su The Collection (antologia che raccoglie i brani del secondo secondo periodo della band) insieme ad altre belle canzoni come Sleepwalk, Love’s great adventure, Hymn e naturalmente la famosissima Vienna.

The Collection

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